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1 Dic 2006
Nel vuoto del ciclone
Un punto nel baricentro del mio corpo, sangue... vinto dalla pece... origine di un ciclone, una punta che ruotando si allarga, tocca le pareti dello stomaco rubandomi l'emotività, attraversando il diaframma avvolge i polmoni... non riesco a respirare, arriva al cervello e travolge i pensieri... Rimango materia vuota: non posso sentire la musica, non posso ballare
 
Tangostories
postato da  Monica alle  15:48 | permalink | commenti presenti [4]



8 Set 2006
Tangostory n.1 di SARA
Ballava oramai da giorni, era diventata piccolissima, tanto che ora arrivava a malapena alla cinta del suo compagno, eppure i due continuavano a ballare, non erano più nemmeno belli a vedersi ma non riuscivano proprio a chiudere quel tango. Così lei diventò talmente piccola da insinuarsi nelle pieghe del cervello di lui e continuava a ballare lì, ogni notte, tra un sogno e l'altro.
 
Tangostories
postato da  Daniele alle  13:56 | permalink | commenti presenti [0]



22 Giu 2006
Quell'animaletto
«Milonga verde»... dove aveva sentito, letto di questo animaletto? chissà. Questo nome di tanto in tanto bussava nello scossere dei suoi pensieri, ricordava qualcosa intorno alla sua ars mimetica e non riusciva a non farsi pungolare da quell'inspiegabile curiosità, che la spingeva a cercarla, quasi fosse un quadrifoglio. Nella stanza dal pavimento verde, illuminata a volte dall'uno a volte dall'altro neon, sapeva che ce ne potevano essere, ma nemmeno quando il chiasso si spegnava nelle candele, riusciva a vederle. Sotto le chiome degli alberi che interrompono quei masegni intenti ad assorbire gli urti dei passi fuori ronda, neppure l'ombra. Ma ieri, quando meno se l'aspettava, la laguna bianca del silenzio, su quel ballatoio laureato, la trova... alle prese con la sua verde milonga... sorride...
 
Tangostories
postato da  Monica alle  14:49 | permalink | commenti presenti [0]



13 Giu 2006
Tango protesta: basta saperlo
(Oggi, come spesso mi accade, ho incontrato Cristina, era all’entrata del suo negozio seduta su un’enorme gomitolo di lana con i ferri incrociati. Non mi ha rivolto la parola, è la prima volta da ché ci conosciamo. Ha solo allungato il braccio e mi ha porto questo scritto che fedelmente ho trascritto in sua vece, poi con gli occhi fiammanti mi ha fatto un perentorio cenno con la testa, uno di quei cabecei che non ammettono replica alcuna e quindi con maschia saggezza sono scappato senza proferir parola.)

Ballo da poco, veramente poco (da poco più di un anno) e quindi dovrei starmene zitta e calma.
Ma proprio perché frequento il mondo tanghero da un tempo decisamente relativo, non ho perso la memoria e ricordo perfettamente le indicazioni che mi hanno dato alle prime lezioni di tango, per quel che riguarda i comportamenti e la ritualità da tenere in milonga: la donna guarda, osserva, con il suo sguardo cerca, sceglie il suo cavaliere. L’uomo, se non è un buzzurro maleducato, se ne accorge e l’invita a ballare.
Non vale più questa regola? E’ cambiato qualcosa ed io non me ne sono accorta? Perché vedo sempre più di frequente, nei locali preposti al nostro tanto amato ballo, uomini che ti passano davanti, fanno finta di niente, ti snobbano (facciamola breve: se la tirano).
Il gioco non è più così? Il famoso gioco della seduzione, di quella folle seduzione tanghera, si è trasformato?
No ragazzi, basta saperlo. Se non volete più questo incarico ci arrangeremo, faremo noi (come poi al solito succede nella vita). Peccato però, state buttando via un’occasione rara.
Ditemi un po’: vi capita nella vita reale tanto spesso di stringere donne piacenti, profumate, giovani (o perlomeno giovanili), quasi sempre magre, ben fatte, longilinee, il più delle volte seducenti? Si? Perché se così fosse sono pronta, anzi, prontissima a cestinare questo scritto!
Cosa faccio, ...cestino? Cosa faccio, cestino ed indico uno sciopero sotterraneo nazionale al femminile (ovviamente a sorpresa). Vanno così di moda le notti bianche, che una milonga bianca farebbe così chic! Ve la meritereste tutta!
Cari ragazzi, non sono disposta ad implorarvi con gli occhi, piuttosto compro la lana e mi metto a lavorare ai ferri oppure mi applico ed imparo a ballare da uomo (cosa tra l’altro che ho già cominciato a fare, non si sa mai visto i tempi!). Lo sapete anche voi che vi freghiamo se lo vogliamo! Per due motivi fondamentali: 1) perché siamo sveglie. 2) perché sappiamo già ballare e questa non è cosa da poco!
Sono stata troppo cattiva?
Forza hombres un po’ di coraggio!!!
 
Tangostories
postato da  brian alle  16:16 | permalink | commenti presenti [21]



23 Mag 2006
Cronaca di una tanghera distrutta

Venerdì 19 maggio arrivo alla stazione termini alle ore 21, pronta a rifocillare la mia anima di tanghera con la partecipazione al Roma tango festival. Subito dalla moltitudine di gente realizzo che anche a Roma c’è sciopero dei mezzi, un ora e mezza di fila per il taxi tra scene urbane da film, abusivi che cercano il malcapitato turista di turno, gente che si imbuca all’inizio della fila ormai con sembianze di un lungo serpentone impazzito e conseguente reazione dei “disciplinati” in fila, che degenera in rissa. Ma sotto febbre da tango il tempo scorre velocemente mentre osservo tutto ciò con la complicità del mio accompagnatore, che già fischietta una milonghina che quasi quasi abbiamo il coraggio di improvvisare, se non fosse per il fatto che non posso mollare con la mano la mia valigia “cinese” perché mi crolla tutto( oramai ribattezzata così perché comprata alla stazione di Firenze dai cinesi 12 euro!). Eccoci ci siamo è il nostro turno! Il tassista mi chiede la destinazione ancora prima di salire, come se volesse decidere se portarci o no, io pronta rispondo: “ teatro Capranica”( devo andare a ritirare i biglietti per le due serate, previdentemente comprati via internet,: “chissà quanta gente ci sarà a Roma vedi mai”…), non sa dove sia il teatro! ma ha un lampo di genio e vuole portarci a Viterbo perché Capranica dice, che sta là!!. Saliamo, mi faccio dare lo stradario e ce lo porto io al teatro. Ha inizio così uno slalom tra i vicoletti dietro il parlamento, sotto gli sguardi stupiti della gente che seduta ai tavolini dei ristorantini, che occupano i vicoletti stessi, assapora già l’aria di una serata estiva. Impaziente metto in attesa per strada il taxi con relativo accompagnatore dentro, attonito e a piedi vado al teatro a prendere i biglietti. Sono le 23.00 e la calma piatta che si respira nella hall del teatro mi pare strana…, ma fiduciosa della bella serata che mi aspetta risalgo sul taxi e voliamo a Trastevere a casa degli amici che ci ospitano, una fugace cena e ci prepariamo per “la serata di gala”. Arriviamo al teatro, poca gente, poca gala! però c’è un gruppo che suona tango nuevo, i Tanghetto, bella musica che ti fa vibrare e con l’eccitazione accumulata fin ora niente di meglio per cominciare, ma un pubblico di “cariatidi”( almeno così i miei occhi le vedono in quel momento)che giace inerme sulle sedie solo ad ascoltare, smorza subito il mio entusiasmo. Divento anch’io un ascoltatore, ma il mio corpo a breve non accetta quella tortura e mi ritrovo a prendere per un braccio il mio accompagnatore, che complice mi trascina a ballare nell’androne esterno della sala. Finito noi cominciano loro, finalmente si balla tutti insieme e prende il via una giostra impazzita che mette a dura prova le mie capacità di acrobata, per schivare gambe che sciabolano da tutte le parti, è praticamente impossibile ballare ma solo la sete mi fa desistere un attimo per recarmi al “bar”. Qui ci troviamo a dover scegliere tra tre bottigliette di lemonsoda ( tre di numero) e una brocca di vetro con dell’ace, sarà perché questo nome mi sa di detersivo che opto per la lemonsoda, che dopo il godimento iniziale mi mette più sete di prima, così da brava mantengo il bicchierino (rigorosamente di carta),che mi serve per rifornirmi di acqua dal rubinetto del bagno, unica fonte disponibile della serata.. Termina la musica dal vivo e dopo un grottesco appello del presentatore che dal palco invita i partecipanti alla serata a rendersi disponibili per accompagnare i musicisti che non sanno come tornare a casa, si balla un altro po’ per poi darci la buona notte con mezzora di anticipo rispetto al programma .Usciamo dal teatro in silenzio con l’amaro in bocca ,entrambi ci leggiamo nel pensiero senza voler infierire:”da una città come Roma e dai suoi tangheri ci aspettavamo di più”. Ma Roma di notte è magica e il tragitto a piedi per rientrare a casa è il nostro Caronte che ci conduce al sonno. Sabato mattina, un giro per la città e poi assaporiamo una lezione del maestro Zotto che con la sua disponibilità e la sua bravura ben ci dispone per l’altra serata al Capranica, portandoci a pensare che se anche fosse stata come la precedente, ci avrebbe comunque dato l’emozione per l’esibizione prevista di Zotto e del suo corpo di ballo.
Arriviamo al teatro e ci accomodiamo a sedere quasi contemporaneamente all’annuncio dell’arrivo della compagnia, ecco, che vedo sì Zotto davanti a me , ma in lacrime! Che annuncia al microfono che il suo produttore se l’è svignata con tutti i soldi degli spettacoli fatti in mezza Italia, è due mesi che non lo pagano,e oltretutto per contratto non può esibirsi questa sera! Io lancio uno sguardo incredula al mio accompagnatore ,sguardo che subito si trasforma in una risata incontenibile e lasciatemelo dire un po’ nevrotica per tanta sfiga! Bè che fare, almeno balliamo, c’è meno gente di venerdì e la cosa pare fattibile senza dover compiere acrobazie per mantenere l’incolumità, ma non ho fatto i conti con l’improvvisazione del mio ballerino(sempre lui)che avendo dimenticato le sue scarpe da tango in una milonga lo scorso week end, balla con due zatterone, e pensa bene di darmi un pestone tremendo, concentrato unicamente su un solo dito del mio piede, accoppandomi definitivamente per il resto della serata seduta su una sedia, proprio nel momento in cui ricevo l’unico invito e per giunta da un ballerino di Zotto, al quale devo oltretutto spiegare il malcapitato incidente per motivare la mia rinuncia all’invito. Ora una persona normale dopo un fine settimana così se ne starebbe bella tranquilla per un po’, ma siccome la malattia è oramai conclamata, ecco che mi ritrovo a spappolare sul computer in cerca di nuove avventure tanghere e decido di scrivere ai Tangoblivionati e sperando di avervi fatto sorridere un po’, vi saluto Patrizia.
P.S. Dedicato al mio accompagnatore, che con pazienza e complicità ha saputo sopportarmi in questa avventura.

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Tangostories
postato da  patrizia alle  09:29 | permalink | commenti presenti [7]



20 Mag 2006
insperato tango
Una domenica mattina dal cielo azzurro, terso come solo l’inverno lo sa fare, e un sole che riesce a rendere gradevole anche la stazione ferroviaria di Treviso. Eccoli, amici che non vedi da tanto tempo, credo due o tre anni, ma appena li incontri capisci dai loro sorrisi che questo periodo è stato solo una contrazione, solo una bolla temporale. Nel loro abbraccio accogliente e rotondo senti che nulla è cambiato, un abbraccio che racconta molto più di tutte le frasi di rito che seguono.
Parole, parole, racconti attorno a un tavolo imbandito. Vino, risate, sciocchezze.
“Tu cosa fai ora?”
“Vorrei fare un corso di ballo, latino americano. Mi sono stancato di andare in palestra a camminare su un tapirullan. Sono stato a vedere la presentazione di un corso ma, non mi ha convinto molto. La gente che ci va soprattutto.”
“Ma guarda i casi della vita. Noi sono tre anni che seguiamo un corso di tango argentino, vieni a provare. Dopodomani comincia un nuovo corso, c’è la serata di prova. Ti accompagniamo se vuoi!”
Chiacchiere, vino, parole, sorrisi, vinsanto e cantucci, mani che mimano il ballo. Alla fine una promessa, martedì alle otto sarò a casa vostra.
La trepidazione degli esordi, le domande di tutti: ma ce la faccio?
Venezia di sera è come uno scannatoio per le coppie innamorate o aspiranti. Lo è anche per me se ripenso all’ultima volta che ci sono venuto in compagnia della fidanzata. Come puoi non riuscire a strappare un bacio a una donna in quel dedalo di calle, nel silenzio fatto di tacchi di scarpe, di acqua che rumoreggia piano contro gli argini dei canali, delle parole della gente nei campi, nelle case? Sta sera è diverso. la tensione non mi arriva dal pensiero di dove mi fermerò a guardarla negli occhi, dove le passerò una mano fra i capelli, dove sentirò le sue labbra poggiarsi piano sulle mie, il suo naso freddo sulla mia guancia, i suoi occhi accondiscendenti. No, non sta sera. Venezia, sono dieci minuti che cammino e capisco perché ti odio. Questa non è una passeggiata, è un calvario! Maledico le mie idee bislacche! Tango! Ma che cosa me ne frega a me del tango!
Non posso tirarmi indietro, Anna e Marco mi aspettano, gli ho detto che sarei andato.
Però potrei telefonare e dire che ho avuto un contrattempo e che magari ci andrò la settimana prossima… no, non posso essere così infame. Ho ancora davanti agli occhi i loro sorrisi, la felicità di avergli detto: vengo!
Accidenti a me! Sono sempre il solito cretino che si mette nelle situazioni più grandi di lui!
Venezia! Maledetta Venezia e questa strada! Strada, si, strada! Non calle, non devi fare l’altezzosa con me, la sofisticata da permetterti di chiamare le tue strade in modo diverso dal resto delle città del mondo. Strada! Calle… e poi questa! Canal Tre Ponti. A metà del secondo sono già a pezzi e mi trattengo dal sciorinare un rosario di bestemmie al solo pensiero che ne dovrò fare un altro, metà di questo e tre scalini.
Venezia, anche i ricordi dei baci e belle carezze passate sono scomparsi. Quello che per le coppie che incontro è la giostra dell’amore, per me è un calvario. Questo piantito poi, non ne parliamo! Magnifica pietra d’Istria ma potrebbero tenere le strade piane, lisce. Inciampo ogni tre passi e ad ogni inciampo il Signore piange per le bestemmie che mastico strette tra i denti! Maledetta Venezia e i veneziani! Ma è il modo di tenere una città che ospita qualche milione di turisti l’anno? Fosse per me farei una bella colata d’asfalto liscio come un biliardo! E poi, senti che mal di schiena! Accidenti anche alla mia fisioterapista che ogni volta dice che mi fa bene camminare. Non parliamo della sua faccia contenta di oggi quando le ho detto che sarei andato a fare un corso di tango. “Ma ti rendi conto? Tango? Nessuno avrebbe mai scommesso mille lire, dieci anni fa, che tu un giorno saresti andato a fare un corso di tango! L’unica cosa che ti dicevano era di fartene una ragione”. È vero. Devo sentirmi un fortunato. No. Non devo sentirmi un fortunato, lo sono! Certo che questa calle non finisce più e cosa vedo li in fondo? Un altro ponte… per fortuna sono arrivato, almeno mi siedo cinque minuti a casa di Anna…
Dopo un po’ di riposo, sdraiato a pelle di leopardo sul divano dell’amica, partiamo tutti e tre alla volta della palestra, tanto hanno detto che è qui vicino, dieci minuti di strada e siamo arrivati. Scopro con somma gioia che non sono dieci minuti ma circa venti! Però ora è diverso. L’allegria, le chiacchiere, la curiosità, i racconti sul tango e sul mondo che lo circonda. I volti e i sentimenti delle persone. La strada passa molto più veloce e quasi non mi accorgo dei ponti e di tutte le volte che inciampo. Poi Venezia, la maledetta Venezia, come una puttana che si svela e si copre, dalla sommità del ponte dell’Accademia ti regala una visione che ripaga in un attimo le fatiche, le bestemmie e le imprecazioni: la Madonna della Salute è uno degli scorci secondo me più belli del Canal Grande. Da qui sopra e con gli occhi pieni di questa magnificenza, non si sente neanche il puzzo dell’acqua color verde marcio. L’unico paragone che mi sovviene per Venezia è che assomiglia ad una donna: come una donna infatti è logorroica, snervante, prolissa, ti succhia l’energia ma è irrimediabilmente stupenda!
In palestra noto con piacere che la mia apprensione è la stessa che si può vedere negli occhi di tutti gli altri principianti e guardando bene si può leggere a chiare lettere la domanda che più ricorre: “ma che ci sono venuto a fare qui? Ma non potevo stare comodo a casa sul divano a guardare la televisione?”
Il maestro spiega i magici otto passi base, quelli a prova di mongoloide. Preciso come un chirurgo, appena li mostra mi rendo conto che almeno 4 di questi passi vanno a interessare la mia muscolatura incompleta. Primo pensiero? “Eccoci! Ti pareva? poteva essere diverso?” me lo sentivo appena lo avevo visto in faccia che sarebbe stato un supplizio! Va bhè, proviamoci.
L’unica cosa che mi rincuora sono gli otto passi base delle donne: non riuscirei mai ad incrociare stando in punta di piedi, con quello spostamento di peso dall’avanpiede destro al sinistro. punta di piedi poi, come farei? Per cui, un altro punto a favore dell’essere uomini!
Combatto con i punti morti della mia muscolatura per circa un’ora, cercando di compensare il compensabile, cercando di far sembrare tutto “normale”, insomma, normalmente imbranato per uno che comincia. Penso, si, carino, in fondo una sorta di ginnastica, almeno meno noioso del tapirullan. Solo, caspita, è più la fatica per arrivare al corso e andare a casa. La palestra è a 5 km da casa, parcheggio, prendo l’ascensore, mi faccio la mia sudatina e in altri dieci minuti sono a casa in doccia. Per venire a tango mi tocca fare 40 minuti di macchina, mezz’ora a piedi, lezione e ritorno… carino ma non abbastanza.
Poi a fine lezione il maestro assieme all’assistente da una dimostrazione di tango: a parte le evoluzioni, la cosa che mi colpisce sono i momenti in cui i due si fermano, fisicamente statici ma pieni di un’energia, palpabile quasi, che sta per esplodere, per diventare movimento. Quel movimento nel non movimento, quella staticità piena di dinamismo emotivo, interiore, sentimentale. E allora? Tango!

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postato da  bodhi alle  16:42 | permalink | commenti presenti [3]



9 Mag 2006
Tangostory n. 18
Di tanto in tanto si guardavano sbiechi, lui ballava entrando nello spazio di lei e lei a sua volta entrava in quello di lui, girava leggermente il capo e lo inseguiva senza perdere il ritmo.
Lo guardava con umili occhi da animale, lui batteva impercettibilmente le palpebre e gonfiava il petto muscoloso, ad un certo punto tirò fuori dalla schiena un paio di ali robuste, le piume folte e morbide sapevano l'odore del legno bagnato, lei allora sfoderò dalle scapole un paio di esili ali nere, liscie con due elegantissimi trapezi di piume bianche al centro. Volarono via.
Giusto in tempo, evitarono i colpi di una pistola che stava sparando contro di loro. Certo era piuttosto fastidioso che due esseri così stupidi come due piccioni in calore ballassero un tango così bello sul tetto di un camino.
 
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postato da  sara alle  17:09 | permalink | commenti presenti [0]



4 Mag 2006
L'Amante di Lupen

Lupen era un ladro, non rubava gioielli, diamanti o soldi ma la vita delle donne, se ne appropriava facendola diventare la sua, forse perché lui una vita propria non l’aveva ancora trovata.
Come un tesoro la accudiva quella vita, facendo trasalire nel volto della “vittima” di turno ciò che era addormentato nella sua anima.
Così guardare negli occhi Lupen era per loro come sfiorare la propria anima e toccare la sua pelle era come accarezzarsi.
Lupen “viveva” il tango e questo gli offriva ciò che lui stesso sapeva di essere per le sue amanti, la chance di aprire quello scrigno dove dentro c’è la consapevolezza di ciò che siamo, dove le gioie e i dolori sono mischiati, dove la luce non arriva e manca da tempo l’aria.
Così la speranza che ognuno avesse le chiavi dello scrigno dell’altro univa le loro anime e i loro corpi. Si convinceva e le convinceva che quella vita, era la loro vita, perché Lupen era come un bimbo che racconta le favole. “Se smetti di credere al bambino, la favola muore. Se non credi più alla favola, il bambino diventa grande e muore.”
“Come barboni dell’amore che rimediano i sentimenti nei cassonetti del cuore” loro sentivano veramente di poter diventare qualcosa di unico e per attimi forse lo sono anche stati, cuori complici. Se poi gli occhi di lei avevano anche il potere di farlo sentire a casa, infondendogli la sensazione di ristoro, si capisce come lei sia diventata l’Amante di Lupen e in seguito la sua medicina.
Le parole di lei fuggivano per popolare le solitudini di lui, i suoi baci lo inseguivano accorciando le distanze.
Una sera Lupen se ne andò e non fece più ritorno.
Quella stessa sera l’Amante di Lupen lasciò le luci spente per vedere solo i suoi pensieri, aspettando di sentire sugli occhi il velo dei sogni perduti, aprì il frigo e finì l’ultima fetta della torta al cioccolato preparata da Lupen il giorno prima.
Seguirono giorni duri all’abbandono.
I suoi baci continuavano a inseguirlo, ora nel ronzio diffuso della sua assenza, nel rumore di passi che si avvicinavano al cuore, in un susseguirsi di orme sulle quali, passava e ripassava tracciando i contorni del suo corpo, fino a salire al suo viso dove la sua bocca si posava e riposava.
L’assenza di Lupen diventò per la sua amante attimo segreto, confine tra l’incontro e l’addio, sbocciavano nella sua anima i suoi sguardi e fiorivano quando gli occhi di lei migravano nel sonno.
Passavano sere in cui insieme alla sua sigaretta bruciavano i suoi pensieri e ardevano pezzi di vita da pagare per altri vissuti intensamente, la cenere volava via nella stessa aria che ora respirava a fatica, finché il mozzicone ancora acceso giaceva nell’asfalto e rotolava…
Qualcuno disse di averlo visto imbarcarsi per un isola lontana, per poi incontrarlo sempre lì, in un piccolo ristorante dove preparava dolci squisiti, nessuno mai di averci parlato, come se tutto quello che lui aveva loro da dire si trovasse proprio lì dinanzi ai loro occhi, negli ingredienti di quel dolce.
Seguirono altri “tanghi” e nello scrigno dell’amante di Lupen cominciò ad arrivare aria e luce.
Una sera prese il suo taccuino e scrisse :
“credendo la verità ho vissuto nel sogno, ora consapevole dell’illusione cerco la verità nell’eternità della natura, perché si nasce e si muore più volte vivendo”.







 
Tangostories
postato da  patrizia alle  16:05 | permalink | commenti presenti [0]



2 Mag 2006
Il diabolico maggiordomo
Se fossi stato una persona normale, un non tanghero, ieri sera il mio binario sarebbe morto, proprio lì dove ogni binario morto muore...

Dopo essere sceso dal treno, aver fiancheggiando le carrozze fino alla locomotiva, che imbronciata sbuffava davanti al binario morto - brusca invalicabile interruzione, fine del viaggio, punto di trapasso della vacanza -, avrei attraversato l’androne, sarei uscito sul piazzale prima della gradinata e mi sarei distrattamente soffermato a guardare qualcosa al di sopra della mia comprensione:
persone che ammonticchiavano a terra giacconi, zaini, valigie, scarpe, stivali, maglie ed altro vestiario, formando una pira sacrificale votata probabilmente a qualche Dio della moda, furioso per la mancanza di fede nella griffe dell’ultraterreno; poi un tizio in lupetto grigio con la compostezza ed i modi di un maggiordomo inglese che, maneggiandola con la cura che si riserva ad un delicatissimo cristallo, abbracciato ad una tizia dalla bionda criniera di giumenta e con uno scialle nero da vedova siciliana, scorazzava sulla marmorea pavimentazione con espressioni tra l’assonnato ed il beato, ma della beatitudine dei bambini dormienti, come quello dagli occhi a mandorla che nella sua carrozzina succhiava il suo ciuccio al ritmo di una musica molto retrò, quasi artritica.
A quel punto me ne sarei andato, scendendo per i scalini chiedendomi perplesso sul senso di tutto ciò, ma già dimenticandomene alla base della scalinata.

Invece il binario morto è divenuto il punto per una nuova partenza, per un nuovo viaggio, in un’altra direzione, inizialmente circolare, poi vorticosa, ed inconsciamente mi ritrovo a girare come una lancetta impazzita a ritroso nel tempo, attorno ad una piramide di vestiti; luci al neon e frammenti di facce curiose si mescolano all’umidità che mi si appiccica addosso con veemenza, ma non paragonabile allo slancio con cui la mia ballerina mi cinge; strani macchinari dalle spazzole rotanti mi inseguono sornioni da cui fuggo correndo appresso, ed a volte scavalcandole, alle allegre note di una milonga che deraglia l’anima dai binari della consapevolezza, ormai irrimediabilmente distante. La stanchezza si muta in nuova linfa vitale, il mio corpo non mi appartiene più, la mia mente è un ammasso di neuroni dormienti, chiudo gli occhi per l’eternità di un attimo ed al riaprirli scorgo la figura in livrea grigia del diabolico maggiordomo che mi ammicca già architettando la prossima milonga da servire sul suo vassoio d’argento, una milonga con l’argento vivo addosso...

Dedicato ed in ringraziamento a Claudio & C., per l’energia, la passione, la voglia di organizzare questi piccoli e grandi eventi che tengono uniti tutti noi piccoli granelli di sabbia della medesima spiaggia
 
Tangostories
postato da  brian alle  17:46 | permalink | commenti presenti [3]



11 Apr 2006
Perchè Ernesto fai così?
Perchè?
Qual'è il tuo segreto?
Come fai?
Ho visto una margherita crescere, alzarsi, muoversi tra le tavole di un palquette.
C'eri anche tu, eppure non ti vedevo.
Quel piccolo fiore trattenuto, sempre con i pugni stretti, le spalle contratte, la sua testa ben dritta come per sfidare il mondo, il mondo delle persone grandi, alte molto più di lei, lei diventa burro, fonde, si distende e si muove forse come non ha mai fatto prima.
Una piccola donna che ha già una figlia bella e sposata, che torna per magia bamba, bimba e poesia, poesia e bimba, in un mondo fatato, quello che tu sai creare con poche parole bisbigliate al suo orecchio.
Io stavo a guardarvi, guardavo un film che mi commuoveva, un lungometraggio di due anime che ballano insieme, non due corpi come tutto potrebbe far pensare.
Cosa vi sarete detti prima di abbracciarvi? Cosa le hai detto per far levitare tutte le sue cellule, per farla muovere con l'eleganza, la finezza, la maestria di una farfalla? Danza da così poco tempo lei... Avrei voluto riprendervi, fermare il tempo, fare in modo che altri vedessero cosa può fare un corpo, cosa si può esprimere attraverso il ballo, cosa fa uscire da noi tutti, cosa può regalarci il movimento. A noi che cerchiamo una strada, una via, per essere finalmente noi stessi, per stendere le dita dei nostri pugni chiusi, per trovare l'asse o il centro o il perchè delle nostre esistenze.
E che noi sian margherite, farfalle o tronchi di legno ingrigiti dal tempo, poco importa. L'importante è provarci, è lasciare l'involucro, volare con le ali che abbiamo o che ci stanno per spuntare.
Tacco, punta. Tacco, tacco, punta.... poesia, magia. Tutto qui.
E' poco? Troppo poco? Ti pare poco?
Veder crescere una margherita, li sotto ai tuoi occhi, è un miracolo.
Caro Ernesto, potrei complimentarmi con te. Probabilmente sarei banale.
Forse potrei dirti molte più cose solo ballando e, ormai sono certa, tu capiresti..capiresti..capiresti....
Cristina
 
Tangostories
postato da  cristinaZ alle  10:08 | permalink | commenti presenti [0]



6 Apr 2006
una mattina come tante... anche qui
Una mattina come tante, un imbronciato sole emerge dalle placide acque della laguna. Qualcosa ronza nella mia testa, ma non ci sono mosconi nella stanza, è solamente l’effetto dell’ennesimo residuo alcolico di una notte post rapimento da parte degli Obliviani (razza aliena che si nutre di tango e birra, costringendo anche noi terrestri a tale supplizio rituale). Un ben noto scalpiccio mi riporta alla realtà, mi trascino al balcone e mi affaccio per osservare aggraziate pantegane rincorrere allegramente, talvolta addentandone i polpacci, gli addetti della Vesta (immondazzari) che corrono con uno spirito olimpico di ellenica memoria. Resto immobile qualche attimo, ipnotizzato dalla cruda bellezza della catena alimentare; tanta amorevole attenzione da parte di queste tenere bestiole per la nostra forma fisica mi riscuote, riempiendomi l’animo di letizia. Con il bicchiere di aspirina effervescente tra le mani, fisso i miopi occhi di un piccione sul cornicione di fronte, poi, un insopprimibile senso d’invidia prende possesso del mio animo, una sadica sensazione di vendetta mi pervade; o se potessi anch’io librarmi in volo e scagazzare su questa triste e riottosa umanità... Ma in realtà non ne ho bisogno, volerò appena il prossimo tango inizierà a riecheggiare, tra le braccia di soavi creature di mondi lontani...
 
Tangostories
postato da  brian alle  14:25 | permalink | commenti presenti [0]



6 Apr 2006
una mattina come tante

Una mattina come tante, timido il sole fa capolino dietro le colline fosche. Mi sveglio raccolgo le forze per affrontare l'ennesima giornata di lavoro, la settimana volge al termine e sono stanca. Apro la finestra e bevo il mio caffè che bollente mi fuma tra le dita. Lo sguardo fisso davanti a me nella folta macchia ai piedi della collina e due occhi mi osservano è un cerbiatto! se ne sta lì fermo, forse spaventato dal rumore delle ruspe che vicino sgranocchiano la terra per la costruzione di nuove case. Resto ad osservarlo (rapita da tanta bellezza), un brivido nel cuore e quella sensazione di nuovo mi pervade mentre scruto il paese che si ridesta pigramente.
Buona giornata a tutti.
questo il mio risveglio di questa mattina, come è stato il vostro? ( cerbiatti a parte!!)
 
Tangostories
postato da  patrizia alle  10:40 | permalink | commenti presenti [1]





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